Zildjian: The Factory Tour in Norwell

Driiiiiiiin.
Driiiiiiiin.
Driiiiiiiin.

Pronto!

Marco, vuoi venire a Boston in visita alla Zildjian?

Quando?

Si parte il 1° ottobre

Azz… ma è il mio compleanno e ne faccio 40, volevo fare megafesta a Torin… Vengo!

E così la Zildjian mi toglie le castagne dal fuoco: mi evita la sbatta di organizzare la festa per i miei 40 e soprattutto mi regala l’opportunità di un factory tour davvero unico. Non capita tutti i giorni di ricevere inviti del genere. E non si può dire di no quando l’invito arriva dall’azienda di piatti più importante al mondo. Non si può, pare brutto.

La torta di compleanno
a cui ho dovuto rinunciare

Il volo Torino-Parigi passa in un baleno. Sul volo Parigi-Boston invece mi trovo nella stessa fila di un bellissimo bambino che urla più di Rob Halford ai tempi di “Painkiller”. Il bimbo, a cui le hostess daranno affettuosamente il nome di Belfagor, ha lanciato acuti tali da rompere i bicchieri in cristallo (e non sono state le uniche cose che ha rotto) per tutte le 8 ore di volo, senza sosta. La madre è stata anche dissuasa dal nutrirlo per non alimentarne ulteriormente le energie ma il piccolo ha avuto la meglio. Ad un certo punto speravamo in forti turbolenze come elemento di distrazione, ma il volo è andato liscio.


Belfagor, il bimbo volante

Atterro a Boston e mi sembra impossibile che lì non ci sia nessuno ad urlare,
tanto che mi guardo attorno un po’ spaesato in cerca di casino.

Sono il primo degli italiani ad arrivare, mi piazzo in sala d’attesa e leggo un libro mentre guardo coppie ritrovarsi e riabbracciarsi in zona partenze. Commosso, mi faccio un caffè.
Mezz’ora dopo arrivano gli stati generali della Mogar, distributore italiano del marchio Zildjian.
Riconosco Mauro Antonazzi e conosco Francesco Monzino; con loro, due miei colleghi: Giacomo di Cavalli Musica e Wilson di Essemusic, oltre a Davide, rappresentante per la Lombardia. Li invito in uno dei bar dell’aeroporto perché bisogna brindare: è il mio compleanno. E soprattutto loro, arrivati in supereconomy via Barcellona, non hanno avuto offerto nemmeno un bicchiere d’acqua durante il volo. E quindi, birra agli assetati!
Il tempo di una bevuta e si torna in zona arrivi: spuntano altri due colleghi, Leopoldo (Acustica) e Max (Mama’s), accompagnati da Massimo, rappresentante per alcune regioni del sud Italia e che durante tutto il viaggio mi tampinerà chiedendomi di aprire una sede a Bari in modo da avermi come cliente.

Veniamo portati al parcheggio dove ci attende un bus-limousine e sprofondiamo nelle poltrone. Boston è una città che conosco bene: tanti anni fa è stato il mio primo approdo negli USA ed è in parte responsabile di ciò che ho poi fatto nella vita.
Per questo mi piace guardarla dal finestrino, mentre ci dirigiamo a Rockland.

E intanto penso a quando da ragazzino sfogliavo i cataloghi e avrei tanto desiderato un set di Zildjian, che non potevo permettermi.
E oggi sono tra i Fab5: i loro rivenditori più importanti in Italia. Che strana la vita!

Arriviamo in hotel e ci accolgono Yves ed Andy, due pesi massimi della Zildjian, che ci accompagneranno per i giorni a seguire. Check-in rapidissimo e salgo in camera. La stanza è così grande che non riesco nemmeno a vederla tutta, scendo di corsa nella hall e trovo gli altri: ci dirigiamo a piedi verso un ristorante nei paraggi.

A tavola si rompe il ghiaccio e c’è subito un bel feeling. Quando ero già provato da una t-bone steak grande quanto un Crash Of Doom da 24” (scusate, deformazione professionale!) una cameriera arriva con un dolce con una candelina sopra, intonando “Happy Birthday”. Bellissima sorpresa, tutti cantano e io mangio.
No vabbè, le porzioni americane sono così grandi che dal mio piatto abbiamo mangiato tutti e forse era rimasto qualcosa pure per quelli del tavolo accanto.

Hotel, stravolto.

Mi sveglio che sono appena le 4 del mattino e mi sembra mezzogiorno. Leggo.
Guardo fuori dalla finestra. Leggo. Attendo che sia l’alba.

Colazione tutti insieme e poi ci dirigiamo a Norwell. Si entra nel tempio.
Alla reception c’è un monitor che ci da’ il benvenuto, con i nostri nomi: scritti correttamente!

L’ingresso del tempio

Inizio a girovagare rischiando uno slogamento scomposto della mandibola e cerco tra la memorabilia esposta. Toh!, il set di Ginger Baker. Guarda, quello di Ringo Starr. Come? E’ una replica? E vabbè, non voglio saperlo. C’è una macchina da corsa appartenuta ad Avedis Zildjian. Foto, dischi, autografi, attestati: ovunque ci si giri c’è qualcosa da vedere. Molte stanze portano il nome di artisti famosi e rimango rapito dalla Gene Krupa Conference Room: vorrei un ufficio così!

Ginger

Ringo

Tra le tante cose viste, una l’ho trovata molto curiosa: l’albero genealogico della famiglia Zildjian su un bellissimo dipinto murale. Con un ramo che gira dietro al muro, quasi nascosto alla vista e porta il nome di Bob Zildjian che, per chi non lo sapesse, è il fondatore della Sabian. Ma ora, ci dicono, si sono rappacificati. Peccato, ho dimenticato di fare una foto!

E per non rimanere accecati dalla brillantezza dei piatti (ma in realtà per motivi di sicurezza) ad ognuno di noi vengono dati degli occhiali protettivi e veniamo condotti nell’area produttiva.
Dal semilavorato grezzo, un panetto di metallo, vengono ricavati dei dischi successivamente pressati e temprati per resistere alle future sollecitazioni.

Questi un giorno saranno piatti!

Vengono poi posti in un macchinario gigantesco che li pulisce dei residui metallici e da qui il piatto inizia a prendere forma così come lo conosciamo.

Il semilavorato viene passato in una pressa
meccanica e raffreddato ad acqua

Una cosa che molti non sanno è che il processo produttivo è lo stesso identico per ogni piatto: solo nelle ultime fasi viene deciso di quale serie quel piatto farà parte e il suo peso. Non sono operai: questi ragazzi del Massachusetts sono degli artigiani. Anzi, degli artisti.

Cosa vuol dire Zildjian?

Turco per principianti

Ora ci raggiunge Paul Francis, Director of Research & Design/Quality. A me ricorda un po’ Mark Wahlberg ma nonostante questo decido di non chiedergli nulla della sua carriera cinematografica. Rimango affascinato da lui e soprattutto dalla sua storia: a occhio non ha 50 anni e afferma di lavorare alla Zildjian da almeno 35. “Il primo giorno che ho lavorato qui, ho pulito i pavimenti. Poi dopo averne puliti tanti, sono passato in produzione come operaio”. E ora è ai vertici dell’azienda.
Una bella storia americana, di una nazione a volte contraddittoria ma dove il merito viene sempre premiato.

Paul Francis

Con Paul il giro continua: gli chiedo cosa ci sia esattamente nella formula segreta della Zildjian e le proporzioni tra i vari elementi impiegati. Così, giusto per farmi mandare a stendere. Sorride e dice di non esserne a conoscenza nemmeno lui. Nonostante non gli creda, decido che per quel giorno Paul sarà il mio mentore e non lo mollo un attimo: gli anticipo che quando arriveremo al momento clou della giornata, voglio lui al mio fianco.

Passiamo in rassegna gli altri reparti fino ad arrivare alla Sound Testing Room. E qui, cari amici, è tanta roba.

Non servono didascalie

Immaginate un’enciclopedia dei suoni, ecco. C’è tutto, ma proprio tutto ciò che possiate pensare. Ogni singolo piatto prodotto da Zildjian, dagli albori fino a quelli che verranno. E c’è soprattutto Leon Chiappini, di origini italiane, vero cymbal master dell’azienda. Da quasi 60 anni è lui a provare ogni singolo piatto, confrontandolo con un campione di riferimento, e decidere se quel singolo piatto sarà messo in commercio e come. Insomma, se avete degli Zildjian a casa, sappiate che la prima selezione l’ha fatta lui. L’ho abbracciato, l’ho salutato e ho pensato a quanta passione e quanta professionalità ci voglia per fare per così tanti anni un lavoro ed essere ancora sorridente.

Con il Maestro, Leon Chiappini

La biblioteca del Maestro

Il piatto “Master” come campione
e riferimento per tutta la gamma

                                                                                     

Torniamo nella meeting room dove veniamo raggiunti da alcuni manager dell’azienda che ci presentano le novità del 2019: i nuovi FX Stack, i K Cluster Crash (tento invano di nasconderne uno nello zaino) e il parabolico Crash Of Doom 22”. Poco dopo ci parlano dei nuovi in ear monitor ZIEM1, un prodotto mai stato a catalogo e su cui la curiosità è forte (e i numeri ci daranno ragione).
I social media manager ci spiegano la volontà di rilanciare lo Z Club (vi siete iscritti?) con nuove iniziative e in tal senso puntano molto sugli “Zildjian Underground”: una serie di video girati per lo più a New York, con batteristi che suonano in contesti urban.
Truly American.

S’è fatta una certa e siamo distratti dal catering: ammetto che quando ci stavano spiegando alcune cose tecniche sul sito Zildjian con la coda dell’occhio guardavo i panini sulla parete opposta.

Si rompono le righe, arrivano le sorelle Zildjian e tra un sandwich e una zuppa si chiacchiera a ruota libera, di qualsiasi cosa fuorché di lavoro. Sanno che il giorno prima è stato il mio compleanno e mi fanno gli auguri. Ah, questa cosa del compleanno è un po’ sfuggita di mano a tutto il gruppo visto che durante il viaggio i miei colleghi ogni tanto partivano con i cori da stadio intonando “Happy Birthday”, soprattutto durante le lunghe trasferte in pullman.
C’è il tempo per girare ancora un po’ per l’azienda, liberamente.

Corridoio memorabilia

Tony

  Elvin

Ringo

Giallo Dennis

    In memoriam

Lars above all

Qualche disco di platino

Il groove mondiale è passato di qui


Qui non mi hanno fatto entrare:
è la collezione privata della famiglia Zildjian

 


Making history

E finalmente, si entra nel mito: The Vault

The Vault

Quello che avevo visto solo nei video e in foto, il caveu inaccessibile che per oggi dischiude le porte per noi.
Per due ore è un tutti contro tutti, come un Black Friday in anticipo:
ognuno ha il suo carrello della spesa ed è libero di girare tra gli scaffali e scegliere ciò che vuole.

Ho sempre pensato che per un’occasione così valesse la pena rischiare e portare in Italia qualcosa di davvero introvabile: per questa ragione mi sono concentrato soprattutto sui prototipi dello Zildjian Sound Lab Prototype Department e su alcuni modelli fuori catalogo. Che senso avrebbe portare a casa piatti che già abbiamo in negozio?
Sono qui per gli introvabili. E li trovo.

Prendo sottobraccio Paul Francis. “Fammi vedere le cose più belle che hai”. Per fortuna non fraintende e mi porta in un’altra stanza dedicata ai piatti sinfonici. “Vieni di là e stiamo tranquilli”. Per fortuna nemmeno io fraintendo.

E’ una stanza piena di piatti il cui valore è incalcolabile. Paul mi mostra prima di tutto una sala insonorizzata che viene utilizzata dagli endorser. C’è un sistema audio di ultima generazione che permette di selezionare una serie di scenari differenti per ottenere la resa sonora in diversi contesti: arene, piccoli club, in acustico, in studio di registrazione, jazz, heavy metal, reggae, etc. Mi diverto a smanettare un po’ ed effettivamente quando seleziono la modalità “Rock Arena” mi sembra di essere Tommy Lee a Pasadena nel 1987. Ma in giro non ci sono groupies, solo Paul. E non ci fraintendiamo.

Uno scorcio della Symphonic Cymbals Room

Trovo due K Constantinople da 24”. “Questi non sono a catalogo, sono pezzi unici e uno è stato usato da Matt Johnson per registrare ‘Grace’ di Jeff Buckley”. Presi. Trovo piatti che usciranno forse tra qualche anno. Presi. Trovo piatti fuori catalogo. Presi. Mi dirigo verso uno scaffale dove scorgo un cartellino: endorser.
Questi sono i piatti usati dai loro più prestigiosi artisti per i live e le sessioni in studio. Presi a mani basse.

Pioggia di Costantini

Corridoi di infinita bellezza

Quando dopo due ore guardo il carrello mi rendo conto che mi sono fatto prendere la mano. Un po’ come succede a voi quando venite in negozio da noi. Ognuno di noi è sempre cliente di qualcun altro.

Primo giro

Yves, responsabile marketing europeo della Zildjian, mi sorride sornione. Mi ricorda certe scene viste in negozio. Tutto mi si sta ritorcendo contro. Nei suoi occhi vedo il tv OLED 100” che può finalmente comprare con le provvigioni sul mio acquisto. Senza timore, lo guardo negli occhi e aggiungo altri piatti.
Per fortuna il gioco al massacro viene interrotto: la ricreazione è finita, si torna a lavorare.

L’esatto momento in cui realizzo quanto ho speso

#solodaringo

Tutti i piatti che ho personalmente selezionato li trovate qui

Caffè, meeting room, altra riunione con i responsabili marketing. Troviamo uno zainetto con gadget e omaggi, insieme ad un piatto autografato dalle sorelle Zildjian, che già avevo ricevuto qualche anno fa in occasione del decennale di RingoMusic e che ho esposto con grande orgoglio nel mio ufficio.

Giriamo ancora per l’azienda, facendo un po’ di baccano. Poi cala il silenzio. “Zildj, take care of it, won’t you?”. Queste sono le ultime parole pronunciate da Buddy Rich all’amico Avedis Zildjian, in punto di morte: si raccomandava di aver cura della sua storica Slingerland bianco madreperla. E ce l’abbiamo lì di fronte, un pezzo di storia del nostro strumento. A turno e in religiosa compostezza l’accarezziamo e posiamo per una foto. Non la pubblico perché non ne sono degno ma sedendomi dietro quei tamburi mi sono sentito piccolo piccolo.

Emozione unica.

Amen

Custodie che dovrebbero poter parlare

Continuiamo il nostro giro, chiedo di poter avere dei poster per il negozio e mi preparano una cartella con un sacco di materiale.

Fuori pioviggina, poso per una foto ricordo di fronte all’insegna della Zildjian.

Manca solo lo zaino Invicta

Saliamo sul pullman e si parte alla volta di Boston. Siamo tutti stanchi ma felici. E anche un po’ più poveri.

Il nostro hotel per stanotte è nel cuore di Boston. Il tempo per una rapida doccia e si scende di corsa per la cena in una churrascaria brasiliana a Copley Square, uno dei crocevia cittadini, bellissima piazza.

Debbie e Craigie prendono posto a tavola e cerco di sedermi vicino a loro: non per ruffianeria, ma sono sinceramente curioso di parlare con loro e avere un feedback sul nostro settore a livello internazionale. In realtà e fortunatamente parliamo poco di lavoro e si chiacchiera amabilmente di tutto. E’ un tripudio di cibo e vino. Si parla molto dell’Italia, degli Stati Uniti: i miei interlocutori sono curiosi di sapere cosa si dice dalle nostre parti e rispondo volentieri ad ogni domanda.
E’ una serata dalla quale esco molto arricchito e non solo professionalmente.

Ci salutiamo fuori dal ristorante, sono le 23. Che facciamo?
Una passeggiata in Newbury Street, la via fighetta di Boston, per iniziare.
E’ martedì sera, ricordo che è il giorno in cui allo Slade’s c’è una serata funk di quelle davvero da non mancare.
“Ragazzi, andiamo”. Mauro, Leopoldo, Wilson e Giacomo accolgono l’invito. Uber ci porta a destinazione.

Offro da bere perché mi sento ancora in mood da festeggiamenti e ascoltiamo buona musica. La band sul palco, avvisata del mio compleanno il giorno prima (aridaje!) intona “Happy Birthday” nella versione che Stevie Wonder aveva dedicato a Martin Luther King. Mi sento onorato, sebbene l’unico diritto per cui abbia veramente combattuto in vita mia è quello del tennis,
che a volte non mi riesce proprio bene.
“Torniamo in hotel a piedi o taxi?”. Piedi. Arriviamo in hotel parecchio tardi.

Dormo poco. Sono le 5. Mi vesto e scendo. L’alba, a Boston, è blu.

Alba blu a Boston

Si parte presto per la seconda tappa: gita alla Vic Firth.

Il racconto prossimamente.

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