In oltre venti anni in questo settore, a contatto con clienti di ogni tipo e gusti musicali, abbiamo capito quali siano i nomi che mettono d’accordo tutti – ma proprio tutti! – in qualsiasi discussione o discorso in negozio: sono veramente pochi, si contano sulle dita di una mano. E c’è sempre e comunque un nome davanti al quale tutti si tolgono simbolicamente il cappello: Steve Gadd.
Sfugge ad ogni etichetta, piace ad ogni batterista e il suo drumming essenziale – mai nessuno più di lui ha dato importanza al silenzio tra un colpo e l’altro – è un marchio di fabbrica riconosciuto da tutti, così come il suo suono: unico.
E possiamo dirvi questo a ragion veduta: anni fa durante un party esclusivo della Zildjian al Namm di Los Angeles, diversi artisti si avvicendarono sul palco affiancati dalla resident band. C’erano Gary Husband, Sheila E., Kenny Aronoff e altri: non c’era tempo per accordare lo strumento, seduti e via, ma dovevamo girarci e osservare per capire chi stesse suonando. Ma quando arrivò Gadd, potete crederci, il suono era indiscutibilmente il suo, anche se non era il suo strumento (a memoria, non era nemmeno una Yamaha!). Ad occhi chiusi, l’avremmo riconosciuto tra cento batteristi.
Steve non è mai stato un batterista da copertina. Non ha mai voluto esserlo. È sempre stato quello che fa funzionare la band anche quando tutto il resto vacilla. Non è il tipo da assolo infinito. Non è il funambolo: è l’architetto che tiene tutto insieme.
Quando Paul Simon stava cercando un groove per “50 Ways to Leave Your Lover”, Gadd ascoltò la traccia in silenzio, si sedette e tirò fuori quello che conoscete. Quel beat strano, sospeso e un po’ dinoccolante. Un groove che non c’era. Che nessuno aveva mai pensato.
Lo fece al primo colpo. E Simon disse solo: “Bene. Il pezzo è finito.”
Di aneddoti è piena la sua carriera, come uno in studio con gli Steely Dan. Donald Fagen gli spiega il mood, la metrica, l’approccio jazzistico ma non troppo… roba da manuale.
Gadd ascolta, fa un take. Ne fa un altro. Fagen si gira e dice: “Basta. Quello è l’assolo.”
Era Aja. Uno dei brani più difficili mai registrati, e lui ci passa sopra con naturalezza, ed è oggi impossibile pensare ad un solo diverso. Un po’ come certi assoli di chitarra, scolpiti nella mente di ognuno di noi, il suo assolo di batteria è una pietra miliare.
C’è una storia bellissima che racconta Chick Corea: era a New York, entra in uno studio per vedere chi sta suonando quella roba pazzesca che sentiva dalla regia. Vede Gadd. Non l’aveva mai incontrato. Gli stringe la mano e gli dice: “You don’t play drums. You play music.”. E poi, ovviamente, lo volle con sé.
Steve Gadd non è il batterista che ti fa dire “wow”. Ti fa dire: “Ah, adesso sì, tutto funziona!”.
Lo chiamano tutti: Clapton lo porta in tour, lo vuole in studio. James Taylor dice che “quando Steve suona, anche le ballate più lente hanno una forza diversa, come se il cuore stesse battendo da sotto”.
Michel Petrucciani lo chiama perché anche un pianista fragile come lui sapeva che con Gadd dietro, nulla poteva crollare.
Persino Sinatra. Persino McCartney.
Chiunque abbia mai fatto della musica una cosa seria, a un certo punto ha detto: “Chiamate Steve.”
C’è un altro aneddoto divertente che fa capire quanto sia importane averlo in una band: durante un concerto con James Taylor, a metà scaletta il monitor di Steve smette di funzionare. Non sente più niente.
Invece di fermarsi, continua. Guarda solo i piedi degli altri musicisti per restare nel tempo.
Alla fine, Taylor lo abbraccia e gli dice: “Sembrava che tu stessi suonando il battito del mio cuore.”.
La sua importanza enorme all’interno del panorama musicale e batteristico è testimoniata anche da uno dei video più famosi tra i batteristi; nel 1989 al Buddy Rich Memorial, si avvicendarono molti artisti di livello pazzesco, per chiudere con un trio da brividi: Weckl, Gadd, Colaiuta. Una conversazione tra giganti, con Gadd che alla fine sale in cattedra e accende la platea con uno dei suoi groove riconoscibilissimi, suonati con così tanto trasporto che salta, letteralmente!, sullo sgabello e ti strappa un sorriso di ammirazione e stupore.
È ambidestro ma suona destrorso. Usa bacchette più corte del normale, con una punta squadrata per un attacco più pulito. Utilizza piatti mediamente pesanti. Anni fa suonava un set ibrido con cassa in betulla (quella cassa!) e gli altri fusti in acero. Il suono, l’abbiamo già detto, è tutto suo: si dice che negli anni ’70 e ’80 mettesse l’ovatta all’interno dei blocchetti del suo Ludwig Supraphonic, per avere quel sound.
Ha spostato i rudimenti sul set in modi che nessuno aveva mai immaginato: i suoi paradiddle si muovono tra tom e cassa con un’intelligenza musicale che fa sembrare semplice anche quello che è difficile anche solo da pensare.
Nel 2019, dopo una vita intera passata in studio, vince finalmente un Grammy con la sua Steve Gadd Band.
Sapete fu il suo primo commento? “Lo dedico a chi suona per gli altri. A chi fa star bene gli altri.”
Negli anni abbiamo avuto modo di vederlo dal vivo molte volte, di averlo incontrato personalmente e di aver avuto il privilegio di passare del tempo in sua compagnia: è una persona cordiale, che trasmette calma e di rara gentilezza. Forse, anche questa è una delle ragioni per cui è così tanto amato, rispettato e ammirato da tutti.
Grazie Steve e buon compleanno!
🎧 6 brani per sentire Gadd in azione:
- Paul Simon – “50 Ways to Leave Your Lover”
Il groove shuffle che ha cambiato il modo di intendere il pop ritmico - Steely Dan – “Aja”
Un assolo storico: jazz, precisione, swing e anima in meno di due minuti - Al Jarreau – “Spain (Live)”
Funk-jazz con classe, dinamica, interplay incredibile con il basso - Eric Clapton – “Old Love (Live)”
Un lento blues dove Gadd respira per tutta la band - Michel Petrucciani – “Looking Up”
Bossa moderna con swing francese e timing da orologiaio - Grover Washington Jr. – “Lock It in the Pocket”
Funk pazzesco, stretto, stretto, stretto: Gadd e il basso di Anthony Jackson spaccano tutto
Ah, e non perdetevi qualche disco meno famoso ma veramente al top, come “Funk Factory” dell’omonima band, bellissimo, e uno dei dischi che ascoltiamo più spesso in negozio, “City Lights” dell’immenso Dr. John, con Gadd che… vabbè, che ve lo diciamo a fare!